IF - comitati per l'imprenditoria femminile - http://www.imprenditoriafemminile.camcom.it/

Industria 4.0, così può aiutare l'occupazione femminile

18 January 2018

Stampa

Il lavoro 4.0 impone una preparazione sempre più ampia nelle cosiddette materie STEM (science, technology, engineering and mathematics), fattore critico per le donne che sono, al momento, sottorappresentate in queste discipline. Al tempo stesso prevede criteri di flessibilità, ad esempio di orari e spazi, che invece vanno incontro alle necessità delle lavoratrici, e un’attitudine al lavoro di squadra che spesso caratterizza le competenze femminili.
Gli esperti sono tendenzialmente positivi sull’opportunità che Industria 4.0 può rappresentare per il superamento di un ostacolo proprio del mercato del lavoro italiano, l’alta disparità di genere (il livello di occupazione femminile in Italia è il più basso d’Europa, escludendo Malta, ricorda Paola Profeta, economista dell’università Bocconi e coordinatrice di Dondena Gender Initiative, che promuove la ricerca su economia di genere e leadership femminile). Nel Global Gender Gap Report del World Economic Forum, l’Italia è 82esima, nella seconda metà della classifica mondiale che conta 144 paesi, con dati molto bassi soprattutto nelle voci che riguardano la partecipazione alla vita economica (partecipazione al lavoro, disparità di salari, posizioni di leadership, professioni).

Partiamo da dati poco confortanti, insomma, proprio mentre andiamo incontro a profonde trasformazioni del mondo del lavoro, con previsioni a dir poco incerte sul futuro dei livelli occupazionali generali. In questo contesto, il rischio di acuire ulteriormente anche la frattura di genere esiste. Ed è da evitare per motivi che non hanno solo a che fare con principi di giustizia sociale, ma anche per la ricaduta economica. «Le donne sono più numerose degli uomini e hanno tassi di istruzione più alti», prosegue Profeta, quindi la bassa partecipazione al mondo del lavoro equivale a una perdita di lavoro qualificato. «Siamo un caso limite di esportazione di talenti, ai concorrenti noi regaliamo persone altamente qualificate, che sono costate alle famiglie e al contribuente molti quattrini in formazione» sottolinea Mario Parenti, presidente di Gammadonna, associazione che promuove l’imprenditoria femminile e giovanile. Insiste su questo punto anche Adriana Angelotti, ricercatrice del Politecnico di Milano ed ex presidente del Comitato unico di garanzia per le pari opportunità e benessere lavorativo, che ha messo in campo diverse iniziative per coinvolgere maggiormente le ragazze nello studio delle materie Stem. «Perdiamo metà dei cervelli a disposizione. Ragionando su base statistica, non è una scelta razionale».

Le donne non solo si laureano più frequentemente degli uomini, ma il gap si ripropone salendo ulteriormente nel livello di istruzione. «Ci sono più dottorate che dottorati». Poi, c’è un momento in cui le percentuali si invertono, con una forbice delle carriere che torna a vantaggio degli uomini. Succede dopo la fine degli studi, quando ci si sposta definitivamente nel mondo del lavoro. Anche all’interno delle stesse università, dove malgrado i numeri prima presentati, il numero dei docenti maschi è largamente superiore a quello delle donne.

Su un punto sono tutti d’accordo, in primis c’è un grosso ostacolo culturale. Le donne dedicano molto più tempo al lavoro di cura, anche quando lavorano. «E’ una differenza che non esiste in altri paesi europei», prosegue Profeta, così come c’è ancora una «divisione dei ruoli all’interno della famiglia, molto sbilanciata». Angelotti sottolinea come questa propensione femminile al lavoro di cura si riscontri anche nelle scelte delle ragazze che si iscrivono alle materie STEM. In realtà il gap fra uomini e donne esiste in particolare nelle materie tecniche, ovvero ingegneria e informatica, non nella facoltà più scientifiche, matematica e fisica, che hanno come sbocco l’insegnamento e vengono quindi scelte dalle ragazze. Anche a ingegneria, in realtà, la preponderanza maschile è molto meno evidente in alcune specializzazioni (biomedica, ambientale, edile), che evidentemente vanno più incontro alla cultura femminile. Stesso discorso per medicina, che comunque è una scienza dedicata agli altri. Torandno aingegneria, i dipartimenti più tradizionali (meccanica, elettronica, aerospaziale), sono invece quelli a più alta presenza maschile.

Continua a leggere su: Agenda Digitale